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ottobre 22, 2013

Crisi finanziario-economica in atto: analisi e riflessioni ispirate al bene comune (1a parte).

Premessa.

Questo breve saggio è rivolto ad un pubblico attento e sensibile alle difficoltà sociali che hanno colpito tante famiglie  ed intere nazioni a seguito del diffondersi e prolungarsi dell’attuale crisi economica - per certi versi senza precedenti - ma che non si trovano a proprio agio nella lettura dei fatti economico-finanziari.  Tra questo pubblico è spesso frequente incontrare esponenti della Chiesa che, pur avendo un elevato grado di cultura ed istruzione, oltre che di sensibilità per tutto ciò che riguarda e interessa l’uomo,  trovano difficoltà  nella comprensione dei fenomeni  in atto e del linguaggio utilizzato dai cosiddetti esperti. Allo tempo stesso, questo scritto intende precisare come  l’apporto dell’etica cristiana possa essere un elemento essenziale per la ricerca di soluzioni efficaci e duraturi nel tempo.

crisi vignetta

Introduzione.

Le crisi finanziario-economiche innescate dai mutui subprime americani e poi trasferitesi in Europa hanno messo in evidenza i limiti e la debolezza delle gestioni finanziarie e degli organi preposti al loro controllo. Pochi avevano previsto una crisi del genere. Nemmeno le tanto rinomate agenzie di rating, Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch con la loro spropositata influenza - non sempre, tra l’altro, sopportata dai fatti-, né l’autorevole economista Alan Greenspan  guida  per lungo tempo, dal 1987 al 2006, della prestigiosa Federal Reserve

americana, ne hanno previsto i sintomi  e sono stati colti di sorpresa.  Ma ciò che preoccupa maggiormente è il prolungarsi della crisi oltre ogni previsione e i relativi pesanti effetti sulla vita di tante famiglie e delle comunità nazionali ed internazionali più in generale. Si può dire che questa è la prima vera crisi della globalizzazione moderna, certamente la più severa, e per certi versi addirittura più grave della stessa grande crisi del ‘29-‘30.

      I Mass Media non si sono certo risparmiati nel descrivere la crisi non sempre però facendo chiarezza, anzi a volta incrementando una certa confusione, anche perché sono stati introdotti termini di difficile comprensione per di più di lingua inglese, poco conosciuti se non agli esperti finanziari, come hedge funds, stock options, subprime,  credit crunch, junk bonds, , default, credit default swap, outsourcing, rating agencies, credit watch, benchmark e, ultimamente, il tanto menzionato Spread (per una  semplice e  breve descrizione di questi termini vedi in Appendice). E come spesso avviene, la difficoltà di essere chiari nasconde un problema più profondo legato alla incapacità di  comprendere, per chi ne scrive o ne parla, i veri termini del problema e/o alla volontà di  sviare l’attenzione dalle responsabilità oggettive dei poteri reali.

      Di fronte al perdurare e all’ aggravarsi dei problemi sociali derivati dalle crisi finanziario-economiche, la Chiesa ha sentito  la necessità di entrare nel merito, secondo i criteri che le sono propri. Non certo per fornire soluzioni tecniche, ma dando una interpretazione etica sulla natura della crisi nonché invitando i  cristiani a dare un contributo non solo di solidarietà ma di gestione della cosa pubblica, ispirandosi ai principi evangelici.   Diversi esponenti di rilievo della gerarchia cattolica sono entrati nel merito tramite interventi, articoli e interviste 1. Il Papa stesso [Benedetto XVI] è intervenuto più di una volta sull’argomento: già con la pubblicazione della sua prima Enciclica sociale “Caritas in Veritate” nel 2009 e, recentemente con un inconsueto articolo sul Financial Times 2 del 20 Dicembre 2012, e un richiamo, seppur breve, nel tradizionale messaggio di inizio d’anno 2013. In particolare, di fronte al perdurare e all’aggravarsi della crisi, il Pontefice ha accettato l’insolito invito di scrivere su di un giornale dell’élite finanziaria mondiale.  L’argomento è stato il possibile ed urgente impegno dei cristiani in politica e nella gestione del sociale più in generale. Non è questo certo un problema nuovo soprattutto per Italia dove la presenza fisica della Santa Sede non può essere ignorata. Dal ben noto “Non Expedit” di Pio IX, all’indomani della presa di Roma e della scomparsa dello Stato Pontificio fino alla più recente dissoluzione della Democrazia Cristiana, il dibattito sull’impegno pubblico dei cristiani è stato di attualità.  Ma la crisi attuale, pur ricalcando caratteristiche storiche non nuove, ha delle peculiarità di cui è necessario conoscere per poterne dare un giudizio illuminato secondo i principi propri della missione della Chiesa. Da qui il contributo delle Scienze Sociali al servizio di una ricerca quanto più corretta e al tempo stesso comprensibile dei fatti, delle conseguenze e delle cause della crisi stessa.
             Vediamo dunque nel caso specifico origini e sviluppi di questa crisi.

I fatti.

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L’origine della crisi attuale è iniziata con le difficoltà derivate dai mutui Sub-prime negli USA che hanno avuto come conseguenza più eclatante il fallimento nel 2008 della  Lehman & Brothers, una delle grandi banche di investimento americane.  La Lehman & Brothers era una di quelle società finanziarie con ramificazioni in tutto il mondo, ritenuta “Too Big to Fail”, troppo grande per fallire. Ma l’esposizione debitoria dovuta principalmente appunto ai mutui Sub-prime, aveva raggiunto proporzioni senza precedenti che impedivano qualsiasi possibilità di recupero. L’unica soluzione possibile sarebbe stato il salvataggio diretto del Governo americano come è successivamente avvenuto per le altre banche, trovatesi anch’esse in grossa difficoltà per motivi analoghi. L’aggravante per la Lehman & Brothers rispetto alle altre grandi banche americane, è che è stata la prima ad entrare in crisi.

      Ma che cosa sono i mutui Sub-prime? Non sono altro che dei mutui anomali di cui i consumatori americani hanno fatto ampio ricorso nei tempi  più recenti, con il beneplacito e l’incoraggiamento  delle banche stesse, per potersi comprare e finanziare la casa. Siccome un mutuo convenzionale non era accessibile o sufficiente per far fronte all’acquisto e finanziamento della casa per una classe media sempre meno abbiente, il mercato finanziario americano, tramite agenzie apposite, offriva ai consumatori la possibilità di accedere ad un secondo mutuo o un mutuo a condizioni inizialmente vantaggiose per il consumatori, fatta salva la capacità del consumatore stesso di far fronte regolarmente ai pagamenti nei tempi previsti. Se il consumatore non è in grado, come spessissimo avviene, di ottemperare ai pagamenti nei tempi dovuti, scattano multe e penali pesanti, con l’ulteriore aggravante che molti consumatori non sono più in grado di pagare i debiti. Il volume delle insolvenze si è di fatto notevolmente incrementato tra gli anni 2006 e 2008, mettendo in difficoltà, oltre alle famiglie interessate, anche molti istituti finanziari che si sono trovati nell’impossibilità di recuperare i crediti che, di conseguenza, si sono trasformati in debiti. Nel caso della Lehman & Brothers l’esposizione creditizia trasformatasi in debito raggiungeva, nel 2008 la notevole cifra di 613 miliardi di Dollari, il doppio dello stesso pur macroscopico debito nazionale della Grecia a quella data. 3

      Ben presto anche le altre più grandi  banche americane si sono trovate in seria difficoltà dopo il dichiarato fallimento della Lehman, tra cui Bank of America, JP Morgan, Citygroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley, praticamente tutto  l’apice della Finanza USA. L’intervento massiccio del Governo americano ha impedito il loro fallimento con un finanziamento straordinario che però ha incrementato il già indebitato Governo Federale. Gli Stati Uniti sono passati da un deficit nazionale pubblico annuale di 10 trilioni di dollari del 2008 pari al 71% del PNL ai 16,4 trilioni di fine 2012 pari al 105% del Prodotto Nazionale Lordo (PNL) 4. Gli Stati Uniti quindi, oltre ad essere il governo in assoluto più indebitato al mondo, si sono avvicinati, anche in percentuali, ai Paesi considerati debitori cronici come l’Italia (125%). Ma queste cifre espongono solo una parte della vera entità del debito USA.

Al debito nazionale si aggiunge infatti quello non indifferente delle autonomie locali. Quasi tutti gli States sono in grave difficoltà finanziaria; ma soprattutto quello delle famiglie - in un certo verso il più preoccupante, il cosiddetto debito personale - ammonta a ben 15,7 trilioni di dollari, ossia di più seppur di poco dello stesso PNL dell’intero Paese. Sommando dunque la totalità dei debiti, gli Usa sono arrivati ad accumulare a fine 2012, l’astronomico  debito di 58 trilioni di dollari. Una cifra mai udita fino ad ora e addirittura non di facile lettura numerica.  Un punto di forza dell’Italia invece, nonostante che il suo debito nazionale lordo abbia sempre viaggiato al di sopra del 100% negli ultimi decenni, è che il debito delle famiglie e delle imprese è relativamente contenuto e senz’altro al di sotto della media OCSE 5. Ma di quest’ultimo dato positivo per l’Italia, le soprannominate agenzie di rating, non hanno tenuto molto conto, essendo l’Italia soggetta ad altre aggravanti che vedremo poco più avanti nel presente articolo.

      Successivamente, la crisi finanziaria americana si è trasferita a livello internazionale, avendo queste banche interessi più o meno consistenti nel mondo. Ne è derivata una stretta del credito che ha avuto pesanti ripercussioni nell’economia reale, in alcune zone più che in altre come è stato il caso dei Paesi dell’area Euro. Molte imprese ed attività economiche si sono trovate improvvisamente impossibilitate ad accedere ad un credito facile come era stato nel recente passato. Si sono trovate così nell’impossibilità di continuare la loro attività economiche e, allo stesso tempo, con il declino della attività economica stessa e dei relativi minori introiti, non sono più state in grado di ottemperare agli obblighi contratti. Si è avuta quindi una ricaduta negativa sull’occupazione: molte imprese hanno dovuto chiudere o ricorrere al Downsizing (riduzione delle attività e dell’occupazione). Alcuni Paesi sono stati colpiti più degli altri. A parte il macroscopico caso della Grecia che aveva occultato per lungo tempo, non senza l’appoggio di prestigiosi istituti di consulenza finanziaria quali la Goldman Sachs, la propria esposizione debitoria ai mercati e che è entrata in una crisi profonda, altri Paesi come la Spagna e l’Irlanda che avevano conosciuto uno spettacolare progresso nel decennio precedente grazie ad un credito generoso, si sono improvvisamente trovati con esposizioni debitorie simili alle banche americane. Si è ripetuto così quello che è accaduto oltre oceano: per salvare le grandi banche gli Stati si sono indebitati oltre misura.

L’aggravante in Europa, e nella zona Euro in particolare, è che la crisi finanziaria ha avuto una ripercussione più pesante nell’economia reale e nella società, anche per via dei maggiori vincoli a cui sono soggette le economie europee rispetto alla ben più flessibile struttura economico-produttiva degli USA. Gli Stati Uniti inoltre, per salvare le banche, hanno fatto ampio ricorso alla stampa di moneta, cosa che non è stata possibile, almeno nella stessa entità americana, per la zona Euro. La facilità di ricorrere alla moneta stampata è un rimedio visto con grande sospetto da molti economisti perché mezzo notoriamente generatore di inflazione e che quindi rischia di essere, nel medio-lungo periodo, un rimedio peggiore del male. Se l’esplosione inflattiva non si è finora verificata, sostengono tali economisti, è perché l’economia mondiale è ancora in recessione. Non appena essa si riprenderà però, l’enorme massa di liquidità monetaria emessa in questi ultimi anni, finirà inevitabilmente per scatenare un processo inflattivo con conseguenze pesanti. Ma per gli USA il facile ricorso alla stampa di moneta rappresenta un rischio minore rispetto ad altri Paesi in quanto, essendo il dollaro la valuta di gran lunga prevalente nelle transazioni internazionali, gli effetti inflazionistici che da esso derivano vengono diluiti a livello globale, attenuando quindi l’effetto negativo diretto del Paese di emissione, gli USA in questo caso. Non lo stesso si può dire per la zona Euro, la cui Banca centrale ha fatto un uso limitato o perlomeno molto più contenuto della stampa di moneta rispetto agli USA, anche per la pressione esercitata dai Paesi forti, specie dalla Germania più preoccupata del controllo dei deficit prima ancora della crescita dei Paesi con valuta Euro.

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